Racconto d’inverno2022-07-24T16:05:53+02:00

fiaba per voci e figure da The Winter’s Tale di William Shakespeare
adattamento e regia Piermario Vescovo
figure e costruzione Antonella Zaggia
con Manuela Muffatto, Marika Tesser, Antonella Zaggia
costumi Caterina Volpato luci Nicola Fasoli
Teatro Stabile di Verona – CENTRO DI PRODUZIONE TEATRALE
Debutto: Terrazza di Giulietta, 19 luglio 2022 – Festival Estate Teatrale Veronese

A sad tale’s best for winter

Una fiaba collocata dentro a un romance, categoria o genere con cui nel teatro elisabettiano si indicava la commedia d’impianto romanzesco. “Siediti e raccontami una storia”, dice Ermione a suo figlio Mamilio. “Lieta o triste?” chiede il bambino (peraltro destinato a morire presto). La madre la vorrebbe più lieta possibile, ma il figlio risponde che una favola triste è più adatta per l’inverno. Perché l’inverno? La stagione in cui si raccontano le favole, nelle lunghe notti, davanti al fuoco? Oppure una metafora della vita, che attende, dopo vicende oscure e traversie, una redenzione in tempo d’estate?

Uno degli ultimi e più complessi drammi di Shakespeare, ridotto con assoluta fedeltà alle proporzioni di uno spettacolo “da camera” (o “da terrazza”). Sedici anni, lo spazio che separa la Sicilia dalla Boemia, due generazioni e due triangoli, per tre attrici-narratrici che danno vita a svariate “figure” (burattini) di un dramma del tempo che opprime e del tempo che redime.

Racconto d’inverno fa seguito al nostro Titus presentato nell’ambito dell’Estate Teatrale Veronese 2021 e continua un progetto dedicato a Shakespeare che intende unire “teatro di persona” e “teatro di figura”.
Rispetto alle più ampie dimensioni di durata e organico del precedente spettacolo – otto attrici e un attore narratore
– Racconto d’inverno presenta il respiro di un teatro “da camera”, con un piccolo organico e mezzi essenziali. Tre attrici, narratrici e manovratrici di burattini, con un cerchio di spettatori raccolto intorno ad esse, danno vita
a questa “fiaba con figure”. La prima tentazione di mettere in scena questo testo è venuta dalla sua composita varietà, dalla sua inverosimile mescolanza, quasi da repertorio burattinesco, in cui stanno indifferentemente insieme antico e moderno, e l’oracolo di Delfo sta insieme ad Ermione, figlia dell’imperatore della Russia. Ma più forte e decisiva è sembrata l’irriconducibilità a qualsiasi psicologismo dei personaggi e dei loro improvvisi mutamenti.
Li domina, come un burattinaio, il Tempo che opprime e redime: fools of time appunto, zimbelli del suo gioco,
secondo la memorabile definizione di Northrop Frye. E Shakespeare lo fa infatti, direttamente, intervenire in scena,
in funzione di Coro, a giustificare il salto nella rappresentazione di ben sedici anni, chiedendo agli spettatori di immaginare di avere nel frattempo dormito, rivendicando la libertà del drammaturgo di narrare e mettere in scena allucinazioni e fantasmi, tra il passato e ciò che non è ancora, per mostrare un “luccichio del presente” allo spettatore e sottolineare il “divenire opaco” di ciò che immediatamente svanisce quando lo si rappresenta e racconta.
Il presente adattamento in una misura breve di un testo di ampie dimensioni e pieno di personaggi ha come scopo proprio quello di fare dell’intreccio l’oggetto stesso dello spettacolo, nella scommessa di dare risalto alla costruzione
geometrica del testo. Testo che abbiamo abbondantemente tagliato ma di cui abbiamo conservato la struttura e fedelmente tradotto nelle parti scelte, alternando la prosa al verso come nell’originale, per provare, nei limiti del possibile, a conservarne l’articolazione e il respiro.
Shakespeare ha scritto nello stesso periodo Il racconto d’inverno e La tempesta, le sue due creazioni ultime e finali, con una scelta opposta e profondamente coerente, concedendosi la massima dilatazione e la massima concentrazione del tempo: sedici anni contro un giorno, di cui si richiamano via via le ore e contano i minuti; la scansione dell’orologio meccanico contro il brusco capovolgimento della clessidra.
La magia di Prospero escogita una vendetta, che si trasforma in perdono, nel tempo che coincide con quello vissuto
dallo spettatore a teatro. Il gioco spietato e gratuito che investe Leonte, Polissene ed Ermione, e a distanza di una generazione Perdita e Florizel, che fa di essi i burattini del destino, è diretto dal Tempo medesimo, che tutti mette alla prova e dal suo sguardo onnipresente.
Piermario Vescovo

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