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::PRODUZIONI

LA BISBETICA DOMATA - con Natalino Balasso e Stefania Felicioli

LA BISBETICA DOMATA

commedia piacevole recitata in sogno
in lingua familiare e rustica
da nove donne e un ubriaco

di William Shakespeare
adattamento di Piermario Vescovo

regia Paolo Valerio e Piermario Vescovo

LA BISBETICA DOMATA - Teatro Romano - luglio 2009Natalino Balasso e Stefania Felicioli

 

NATALINO BALASSO STEFANIA FELICIOLI Petruccio (costumi) maestro di lettere (costumi) (costumi) Linda Bobbo Ursula Joss Silvia Masotti Marta Meneghetti Lucia Schierano Carla Stella Antonella Zaggia Camilla Zorzi

con NATALINO BALASSO e STEFANIA FELICIOLI
Petruccio e Caterina

e con (in ordine alfabetico)
Linda Bobbo Gremio
Ursula Joss Falso Vincenzo al pianoforte
Silvia Masotti Tranio
Marta Meneghetti Bianca
Lucia Schierano Grumio
Carla Stella Battista
Antonella Zaggia Ortensio
Camilla Zorzi Lucenzio
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debutto
61° Festival Shakespeariano
Teatro Romano di Verona
15 - 16 - 17 - 18 luglio 2009

In tournée da febbraio 2010
_________

illustrazioni dal vivo Gek Tessaro
costumi Chiara Defant
musiche Antonio Di Pofi
a cura di Giuseppe De Filippi Venezia
costumi Chiara Defant
responsabile tecnico Roberto Rossetto
luci Enrico Berardi
assistente alla regia Paola Degiuli
sarta Marta Malatesta

 

Nell’allestimento firmato da Paolo Valerio e Piermario Vescovo, esperto di Letteratura Teatrale tra il cinquecento e il settecento e docente di Letteratura Teatrale Italiana all’Università di Venezia, per l’Estate Teatrale Veronese, a ricoprire il ruolo di  Petruccio, protagonista maschile della commedia, sarà Natalino Balasso attore veneto noto al pubblico per le molteplici interpretazioni teatrali, cinematografiche e televisive.
Al suo fianco, la bisbetica Caterina sarà interpretata da Stefania Felicioli, attrice veneziana di grande carattere, apprezzata da pubblico e critica, che ha lavorato con i più grandi registi italiani, tra i quali De Bosio, Castri e la Comencini.

Oltre a loro un cast tutto formato da attrici del Teatro Stabile di Verona,  con la partecipazione anche di attrici provenienti dall’Accademia del Teatro in lingua veneta,  ideata dall’Ass.ne Amici del Castrum.

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La lingua
Non ci dovrebbero essere problemi di sorta per la legittimità di tradurre in un impasto dialettale o linguistico veneto, un testo shakespeariano. E’ un’operazione, del resto, autenticata per altre tradizioni teatrali italiane da esempi di prima grandezza, anche nello scorcio del secolo appena chiuso.
Le ragioni di una scelta di questo tipo si addice, di solito, alla necessità  di dare materialità allo stile alto o di far di nuovo percepire la mescolanza di stili e livelli, spesso cancellata dall’abitudine e dalla routine scenica. Probabilmente infatti la prima esigenza di ogni traduttore shakespeariano è di tentare di dare uno spessore – che sembra impossibile nell’italiano – a una lingua che ha insieme la concretezza del parlato e l’astrattezza della combinazione concettosa.
In questo senso un’interessante suggestione ci arriva da molto lontano: quasi cinque secoli prima della poesia in veneto del Novecento, la  lingua con cui Ruzante metteva in scena i contadini diventa infatti – nella Lettera all’Alvarotto – la lingua del sogno, contrapposta all’italiano della veglia, quella, tra l’altro, in cui parlano i morti.
Una lingua sicuramente adatta ai fantasmi e alle ombre del teatro, alla vita come recita.

Le donne

Ma chi sono costoro, che conducono il gioco?
Domanda, come tutte le domande che si presentano ingenue, profonda e spiazzante.
E’ fin banale ricordare che le compagnie del teatro elisabettiano erano composte interamente da uomini e non è raro anche oggi imbattersi – per archeologia o bizzarria – in allestimenti tutti al maschile. Il capovolgimento che qui si presenta – una mossa forse più ardita – non ha nulla di concettoso né è dettato da una volontà di stranezza fine a se stessa. Una commedia quasi interamente di personaggi maschili e assunta come prototipo di trama misogina per antonomasia nella tradizione, è un terreno naturale per un capovolgimento o, più semplicemente, per un rovesciamento di prospettiva.
E’ la storia di un sogno che si ribalta – e che assume quindi, a ritroso, un’aura di autocompensazione impossibile – chiama quello che un tempo si definiva il “mondo alla rovescia”. Ecco allora un drappello di donne che mettono in scena il sogno e impersonano, in abiti prevalentemente maschili, le parti in commedia che il sogno contiene.
Proviamo anche noi così a mescolare un po’ – se ci riesce – le quinte del sogno lunare e i tragitti delle strade tra Padova e Verona.

Paolo Valerio e Piermario Vescovo

Trama

Un signore, circondato da cani e cacciatori, appare non appena l’ubriaco Christopher Sly entra e si appisola sulla scena. Quando costui si risveglia – in un letto comodo e profumato – un gruppo di attori recita davanti a lui, e a noi, una commedia, la cui trama principale narra la vicenda della bisbetica Caterina, domata, attraverso privazioni e angherie, dal “provinciale” Petruccio.

Caterina, figlia di Battista Minola, ha una sorella minore, di nome Bianca, che, al contrario, raccoglie intorno a sé un nutrito gruppo di pretendenti e che il padre decide di tenere chiusa in casa fino al giorno in cui non sarà combinato l’apparentemente impossibile matrimonio della figlia maggiore. Ma subito, accanto a Ortensio e Gremio, “rivali felici in amore”, dovrà apparire il terzo incomodo Lucenzio – giovane studente pisano – che, innamoratosi di lei a prima vista, sceglie la via più complicata per corteggiarla: prima scambiandosi gli abiti col servo Tranio, quindi travestendosi da precettore. Parallelamente Ortensio si nasconde sotto i panni di un maestro di musica...

La trama della Bisbetica – solitamente ridotta alla sola storia principale – procede in realtà su un doppio binario: Caterina diventa sempre più desiderabile mentre il carosello degli amanti smette, in sostanza, di girare intorno a Bianca. Le plurime astuzie del servo Tranio, travestito da padrone, un falso padre del giovane Lucenzio e quindi l’arrivo inaspettato del padre vero spostano, di grado in grado, il meccanismo di una complessa macchina scenica che racconta, in realtà, una trama delle metamorfosi del desiderio e della confusione dei ruoli e delle identità.

Note di Regia

“Nel sogno m’imparolo”
Cesare Ruffato

Tradurre o adattare La bisbetica domata in veneto non ha alcuna velleità o rivendicazione: è, semplicemente, un’operazione teatrale. C’è, semmai, da stupirsi che una tradizione letteraria e spettacolare tanto ricca – che attraversa i secoli, da Ruzante a Goldoni e oltre – e il più grande uomo di teatro di tutti i tempi, che ha ambientato su suggestioni novellistiche o drammatiche tante sue trame tra Venezia, Verona e Padova, non sisiano, naturalmente, incontrati, soprattutto alla luce delle ricreazioni più alte degli anni a noi più prossimi, dalla versione in napoletano secentesco della Tempesta con cui Eduardo ha chiuso la sua carriera, alla straordinaria invenzione del lombardo barocco degli scarozzanti di Testori, per limitarci a due episodi di particolare evidenza. Su un terreno più basso – quello che ci appartiene – l’origine della scommessa è in ogni caso il tentativo di restituire almeno in parte un linguaggio che possiede insieme la concretezza del parlato e l’astrattezza della combinazione concettosa. Scendere verso il dialetto aiuta certo immensamente, perché offre appigli di verità – di cose, espressioni, locuzioni – a un universo discorsivo che l’italiano, per sua costituzione, riesce difficilmente ad afferrare.

Nella complicata e per più versi sfuggente cronologia delle opere shakespeariane una Bisbetica domata – che si svolge ad Atene – sembra collocarsi negli anni giovanili del drammaturgo, intorno al 1594: data in cui va in stampa una meno nota versione della commedia, tratta da un copione o dalla memoria di qualche attore. Mentre nella più celebre versione “padovana”, la beffa giocata a Christopher Sly – il calderaio ubriaco davanti a cui gli attori recitano la storia di Caterina e Petruccio, di Bianca e dei suoi pretendenti – è solo una sorta di prologo, che non trova poi alcuna prosecuzione, la versione “ateniese” costruisce, viceversa, una vera e propria cornice intorno alla commedia recitata dai comici, con alcune brevi parentesi, o “cerniere”, in cui periodicamente riappare lo spettatore ubriaco e, soprattutto, con una conclusione speculare all’inizio, a proposito dell’incertezza che i sogni proiettano sulla vita. Se questa cornice offre al quadro della Bisbetica un tempo esatto – dal far della sera al mattino seguente –, essa suggerisce anche un elemento di più singolare e libero raccordo del ruolo dell’ubriaco sognatore con la “commedia in commedia”. Come accade a tutti i sognatori, il ruolo di chi è spettatore nel “teatro del sonno” e di chi in sogno agisce è sottile e intercambiabile. Non siamo sicuramente i primi – perché tutto è stato già fatto e tentato – a pensare di far entrare Sly nel sogno commedia come attore, e anzi nel ruolo del personaggio-cardine di Petruccio. Le trame fitte di complicati scambi d’abito e di persona – servi che si fanno padroni, finti padri, finti precettori e quant’altro – del versante della commedia di solito ampiamente sforbiciato negli allestimenti moderni sono, di conseguenza, qui mantenute, nel gioco di una vertigine teatrale o di un’allucinazione comica.

Anche la commedia “dalla parte di Bianca” potrebbe, dunque, benissimo essere un sogno, e cioè procedere con la leggerezza, la velocità, la mutabilità con cui nei sogni tutto si sovrappone e si trasforma. Shakespeare ha senz’altro letto le prime commedie di Ludovico Ariosto – come I suppositi, a cui la Bisbetica si ispira per la sua trama complicatissima e i suoi scambi dabito e identità – mentre egli sicuramente non poteva conoscere autori come Ruzante, evidentemente inaccessibili. Trame e invenzioni circolavano naturalmente, di rifacimento in rifacimento, nell’Europa di allora, per le vie del teatro recitato dagli attori, oltreché di quello messo su carta dai letterati. L’ubriaco Sly, per esempio, può ricordare i personaggi di Ruzante che vedono dormendo la commedia, e la raccontano senza capire se essa sia sogno o vita, come i contadini che ricordano al risveglio le trame confuse e il sorriso delle pute spettatrici che guardano dalla parte alta delle gradinate, tanto da credere di essere morti e di tornare dal paradiso. E un abbaiare di cani – proprio come succede qui – è il rumore di fondo, in una battuta di caccia, su cui racconta di appisolarsi Ruzante proprio nella “notte dell’epifania” nella cosidetta Lettera all’Alvarotto: un sogno di commedia che alterna l’italiano della veglia al dialetto del sogno. Angelo Beolco è – del resto – il primo grande scrittore veneto, quattro secoli prima di Andrea Zanzotto e di altri poeti del nostro tempo, a concepire il “dialetto” – la lingua grossa o la lingua materna – non solo come un prevedibile strumento di realismo o di imitazione della vita quotidiana, ma come lingua del sogno e del profondo, sicuramente adatta ai fantasmi e alle ombre del teatro, alla vita come recita. È fin banale ricordare – infine e per il più vistoso capovolgimento di questo spettacolo – che le compagnie del teatro elisabettiano erano composte solo da attori di sesso maschile. La Bisbetica è, nella sua realtà concreta, una commedia in cui quasi tutti i personaggi sono uomini e che viene assunta, spesso con imbarazzo, quale prototipo di trama misogina per antonomasia nella tradizione teatrale. Quello che qui si tenta ci è, allora, sembrato un esito quasi naturale se si parte dall’unione di Sly e Petruccio, del sognatore sconfitto e del protagonista vincitore, soprattutto se il protagonista – come qui ancora accade – viene sottratto al canone, peraltro del tutto convenzionale, del primo attore prestante.

Quale migliore occasione per un rovesciamento di prospettiva, rispetto alla consueta morale della sottomissione femminile, nel chiamare un drappello di donne, attrici o scarozzanti, a mettere in scena la celebre commedia e il sogno che la contiene?

Paolo Valerio
Piermario Vescovo

 

:: Rassegna Stampa

- L'ARENA - 18 luglio 2009 PDF
- L'ARENA - 16 luglio 2009 PDF

IL GAZZETTINO - 12 luglio 2009

L’attore in un cast di sole donne nella "Bisbetica domata", in scena al Teatro Romano da mercoledì a sabato

Balasso: «Il mio Shakespeare in dialetto»

L’opera, tradotta in veneto da Piermario Vescovo, è ambientata tra Padova e Verona

Più che «un maschio che non deve chiedere mai», il suo Petruccio è un «furbacchione», persino un po’ «tracagnotto», smanioso di sedurre la bisbetica Caterina pur di mettere le mani sulla sua dote. Natalino Balasso sorride divertito, «di solito il Petruccio della "Bisbetica domata" è sempre bello e forzuto, ma stavolta il cliché è stato rovesciato. Certo, io sono un gran figo..., ma diciamoci la verità, tracagnotto Petruccio non lo è mai stato».
      Non è soltanto il «ciccio atletico» Petruccio di Balasso a capovolgere toni e sguardi della commedia del Bardo. È tutta "La bisbetica domata", in scena al festival shakespeariano di Verona dal 15 al 19 luglio (al teatro Romano, alle 21.15) a subire una serie di mutamenti curiosi. A partire dalla lingua. Che sarà "veneta". Un’operazione legittimata non soltanto dal fatto che i protagonisti dell’originale shakespeariano sono veneti e l’azione si svolge tra Verona e Padova, ma anche per regalare colore e vivacità a dialoghi che il dialetto rende meglio dell’italiano.
      Ci ha pensato Piermario Vescovo, docente di letteratura teatrale a Ca’ Foscari, a tradurre dall’inglese in veneto l’opera del Bardo, curata nella regia da Paolo Valerio e interpretata, accanto a Balasso, da tutto un cast femminile.
      Balasso beato tra le donne...
     
«Certo, per quanto si possa essere beati tra le donne! Si dice che due donne conversino, ma tre donne scatenino una guerra...(risata) Sto pescando tutti i proverbi del maschilismo più trivio, per rendere meglio il mio personaggio. Che è davvero circondato da donne. Anche qui, un altro capovolgimento: nell’Inghilterra shakespariana le donne non potevano recitare, quindi i loro ruoli erano interpretati dai maschi. In questa "bisbetica" ci sono solo donne che recitano anche le parti degli uomini».
      Come è entrato in questo progetto?
     
«Mi è stato chiesto dal regista Valerio. E ne sono stato felice: il testo mi piace moltissimo. Rispetto all’italiano, che come diceva Meneghello non è una lingua parlata, il dialetto riesce a restituire il ritmo dell’inglese di Shakespeare, che spesso si perde nella traduzione. Molte parti sono musicali. In questo Piermario Vescovo è stato quasi più fedele all’originale rispetto alle traduzioni italiane».
      Ma che lingua veneta sarà?
     
«È una lingua molto complessa. Si è cercato di evitare il veneziano di Goldoni e il dialetto troppo recente, perché si rischiava lo stereotipo. Le attrici arrivano da Verona, Padova, Venezia, e poi ci sono io che sono della Bassa, per cui le pronunce sono differenti. È come se il Veneto fosse diventato l’Italia».
      Perché hanno pensato proprio a lei?
     
«Perché sono... il migliore! All’epoca di Shakespeare queste commedie erano divertentissime, ora invece lo sono meno, forse anche a causa delle traduzioni e non soltanto delle interpretazioni. Probabilmente si è pensato a me per cercare un attore un po’ fuori dai canoni, che dirigesse i toni sul versante della comicità. Anche i personaggi attorno a me subiscono dei rovesciamenti».
      Cioè?
     
«Caterina, ma questo c’era anche in Shakespeare, è intrattabile perché viene bistrattata: le viene sempre preferita Bianca, la sorella più piccola. Ma Bianca non è la perfezione, è una furbacchiona che manovra gli amanti in modo di avere lo spasimante che desidera lei. Bianca è una "bronsa cuerta", e Caterina fa le spese di questo. Insomma, si tratta di un’operazione complessa. Avessimo messo in scena Goldoni sarebbe stato più semplice, perché Goldoni è più immediatamente divertente, mentre Shakespeare è più sofisticato. Ci si è chiesti se valesse la pena, oggi, presentare un testo maschilista che non appartiene più al nostro modo di vedere la società».
      E cosa vi siete risposti?
     
«Pinter diceva: amo presentare personaggi che sono interessanti per come sono, non perché se ne può trarre una certa morale. Così si è fatto per la "Bisbetica". Poi si è optato anche per una versione onirica dell’opera, che avvicina molto il testo ad alcune cose di Calderòn de la Barca, rendendolo interessante. In fondo, visto sotto questa luce, tutti gli avvenimenti della commedia diventano più complessi».
      Com’è stato per lei lavorare in una compagnia numerosa?
     
«Emozionante. È la mia prima volta in un gruppo così ampio. E, ammetto, è anche un po’ rilassante: quando sei in scena coi monologhi, tutto grava sulle tue spalle. Ora mi diverto a osservare il gioco d’insieme. Ma sono stato molto felice dell’incontro con Stefania Felicioli, che dà il volto a Caterina. È davvero una delle migliori attrici italiane».
      Altri progetti in arrivo?
     
«Non per ora: la commedia sarà in tournée il prossimo anno, quindi la prima parte del 2010 sarà occupata. Andrò comunque avanti coi miei monologhi, "Ercole in Polesine" e "La tosa e lo storione"».
      E la tv?
     
«Per ora il mio rapporto con la tv è guardare le partite. Nient’altro».

      Chiara Pavan

LIVEPOINT - 17 luglio 2009

CATERINA E PETRUCCIO, DUE IRRESISTIBILI BISBETICI

C'era molta attesa per questa "La Bisbetica domata", in scena al Teatro Romano fino a Sabato 18 alle 21.15, e i motivi erano diversi. Innanzitutto il fatto che l'opera è stata tradotta da Piermario Vescovo (docente di Letteratura Teatrale Italiana all'università Ca' Foscari di Venezia) direttamente dall'inglese al dialetto veneto, poi che la produzione sia del Teatro Stabile di Verona per la regia di Paolo Valerio e dello stesso Vescovo, arrivando così agli attori, tutti rigorosamente veneti e ultimo, ma non per importanza, la presenza in scena di sole attrici se escludiamo Natalino Balasso nella parte di Petruccio.
Tutti ottimi motivi per aspettarsi da quest'opera di Shakespeare che, tra l'altro, è una delle più amate dal pubblico, molta vivacità, brio e fantasia pur rimanendo fedeli al senso dell'opera originaria. E' un'attesa che non solo non viene tradita, ma che anzi viene esaudita alla grande, si è di fronte, infatti, a una commedia colorata, sprintosa, briosa, vivace e divertente, ottimamente recitata da un gruppo di interpreti di gran classe: Stefania Felicioli, Linda Bobbo, Silvia Masotti, Marta meneghetti, Lucia Schierano, Carla Stella, Antonella Zaggia e Camilla Zorzi su cui primeggia un Natalino Balasso in gran forma, indiscusso mattatore della serata, capace di dare vita e peso a un Petruccio scaltro, concreto, uomo di poche parole e molti fatti.

La resa in dialetto veneto, anche se non sempre comprensibile appieno per chi non ha piena dimestichezza col dialetto, sembra non solo mantenere, ma esaltare la freschezza della prosa Shakespeariana. Da segnalare il grande lavoro alla regia di Paolo Valerio e Piermario Vescovo che sono capaci di destreggiarsi benissimo tra i toni leggeri della commedia senza farle perdere in incisività, facendo risaltare l'aspetto poetico con levità grazie anche all'uso di musiche armoniose, di costumi colorati, ma non appariscenti, ma sopratutto di dipinti che prendono vita sotto gli occhi degli spettatori, sul momento, grazie alle magie di Gek Tessaro. Colori fluidi, ma decisi, forme abbozzate, ma precise che danno a questa Bisbetica un motivo in più per essere vista e che ci fanno dire che è siamo di fronte a un piccolo capolavoro del Teatro Stabile di Verona in collaborazione con l'Estate Teatrale Veronese.

Davide Galati


TOURNEE

2 mar. 2010 LONIGO TEATRO COMUNALE VERDI

4 mar. 2010 TIONE TEATRO COMUNALE

5 mar. 2010 GORIZIA TEATRO COMUNALE

6 mar. 2010 BELLUNO TEATRO COMUNALE

7 mar. 2010 CONEGLIANO TEATRO ACCADEMIA

8 mar. 2010 TESERO TEATRO COMUNALE

9 - 11 mar. 2010 VERONA TEATRO NUOVO

13 mar. 2010 MANIAGO TEATRO COM. VERDI

14 mar. 2010 PALMANOVA TEATRO GUSTAVO VERDI

16 mar. 2010 MANTOVA TEATRO SOCIALE

17-18 mar. 2010 CINISELLO BALSAMO TEATRO PAX

19-21 mar. 2010 BOLOGNA TEATRO DEHON

24 mar. 2010 MONTECCHIO MAGGIORE TEATRO SANT'ANTONIO

25 mar. 2010 CHIOGGIA TEATRO DON BOSCO

26 mar. 2010 S.STINO DI LIVENZA TEATRO COM. R. PASCUTTO

27 mar. 2010 MONTEGROTTO PALAZZO DEL TURISMO

28 mar. 2010 NOVENTA VICENTINA TEATRO MODERNISSIMO

30 mar. 2010 CITTADELLA TEATRO SOCIALE

31 mar. 2010 ROVIGO TEATRO SOCIALE

7 apr. 2010 LEGNAGO - TEATRO SALIERI

8 apr. 2010 MIRANO TEATRO COMUNALE

9 apr. 2010 SCHIO TEATRO ASTRA

10-11 apr. 2010 MESTRE TEATRO TONIOLO

12 apr 2010 VALDAGNO TEATRO SUPER

13-14 apr. 2010 BASSANO TEATRO ASTRA

15 apr. 2010 TEATRO COMUNALE

 

 




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