Alessandra
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Inviato: Lun Gen 04, 2010 1:09 am Oggetto: Racconto di Capodanno |
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Mia madre tiene un manichino in salotto
Mia madre tiene un manichino in casa seduto in salotto su una sedia Thonet davanti alla scrivania, tavolo da lavoro, dove prepara i lavoretti per il mercatino dell’artigianato.
Mia madre è un’appassionata di decoupage.
Ricopre con carta da regalo floreale catini e pitali che poi finisce con il Flatting, una sostanza protettiva ad olio. Gli oggetti così possono essere tranquillamente lavati con acqua e sapone senza pericolo che si sciupino. E questo è scritto a grandi caratteri su un cartoncino giallo appoggiato nel mezzo del tavolo d’esposizione dei modelli di mia madre.
Per il mercatino di questo sabato ha decorato un pitale con il Craquelè.
Il Craquelè è una tecnica di pittura che permette di creare una ragnatela di sottili crepe su un oggetto tale da conferirgli un aspetto antico.
Le crepe si formano per i diversi tempi d’asciugatura di due vernici specifiche stese una sopra l’altra. Questa tecnica non ha regole fisse. Si può dire che la grandezza delle crepe dipende dal tempo di posa, ovvero meno si aspetta tra la stesura della prima e della seconda vernice più aumenterà la grandezza della crepa: mia madre ha un biglietto, attaccato al tavolo con lo scotch, dove sta scritto:
POCO TEMPO = CREPA GRANDE
MAGGIOR TEMPO = CREPA PICCOLA
Innanzitutto stende sull’oggetto una mano della prima vernice, quella “invecchiante”, poi, quando la superficie è asciutta ma ancora “appiccicosa”, stende la seconda vernice, chiamata “screpolante”, che, nella fase d’essicazione, si “romperà” creando le crepe.
La sedia del manichino è rifinita con questa tecnica e ricoperta da una carta che ha come motivo un intreccio di boccioli di rosa bianchi.
Mia madre, il sabato, poco prima di uscire per recarsi al mercato, cambia d’abito il manichino.
É un manichino donna con i capelli corvini dal taglio carré e frangetta molto corta, gli occhi sono verdi stretti e allungati, le ciglia lunghe e folte dello stesso colore e materiale dei capelli. Le sopracciglia sono colorate e mia madre, poiché trovava l’espressione della donna troppo altera e sofisticata, le ha ritoccate con il pennarello indelebile e ora sono fin troppo semplici, naturali.
Fissa mia madre che lavora. É triste e le guance sono scavate. Le labbra sono chiare, quasi dello stesso colore della pelle del viso e ben chiuse.
É seduto sul pizzo della sedia con le punte dei piedi piantate a terra e i talloni sollevati. Appoggia i gomiti sulle cosce e la mano sinistra copre la destra.
Oggi indossa un vestito verde scuro molto scollato. Ha le gambe fasciate da autoreggenti velate nere usate e smagliate sul polpaccio e porta un paio di scarpe con il tacco basso. Le scarpe appartenevano a zia Irene, che è morta solo a settembre per uno sciocco incidente domestico.
Ha bevuto la benzina.
Mio zio ha l’abitudine di tenere la benzina per il tagliaerba a scoppio nelle bottiglie di vetro dell’acqua frizzante e mia zia usava le stesse bottiglie per conservare un infuso d’ibisco e scorze d’arancia e rum che beveva al bacio tutto il giorno. La morte di zia Irene è anche il motivo per cui la sedia del manichino ha crepe piccole, sebbene l’intenzione di mia madre fosse di ottenere crepe grandi. I miei zii abitano a Maranola di Formia, un paesino tutto scale in provincia di Latina, e la distanza è la causa del mio aver toccato e visto della zia Irene solo foto scarpe e abiti.
Il fratello di mia madre telefonò poco dopo la disgrazia e pochi minuti dopo la passata della prima vernice sulla sedia del manichino. La comunicazione andò avanti per ore lasciando un ricordo di crepe molto piccole.
Irene è anche il nome della mia ex fidanzata che mi ha lasciato ad inizio estate, il primo giorno d’estate.
L’estate dello scorso anno ormai. Oggi è il primo dell’anno.
Non sto tanto male, non sento il dolore intenso dei primi giorni. Riesco, se voglio, a riacciuffare dentro me il sentimento che provavo per lei quando stavamo assieme, riesco a tenerlo vivo anche due minuti prima che arrivi il dolore, la frustrazione, la rabbia e infine l’odio.
La odio per quello che mi ha fatto.
Ha detto che l’ha fatto per me, se fosse rimasta la mia donna m’avrebbe rovinato l’esistenza.
Mi avrebbe sposato, ma è persuasa che ci saremmo fatti del male l’un l’altra, sentiva che c’era qualcosa che non le tornava.
Robe da far girare la testa.
Per un paio di settimane l’ho marcata stretta con telefonate e appostamenti sotto casa, le ho persino scritto una lettera d’amore, poi mi sono arreso, mi sentivo stupido a star lì a pregare una donna di amarmi e di rimanere con me.
Ho appena parlato al telefono con la ragazza che ieri sera alla festa di Capodanno ho baciato appoggiato ad un albero e lei abbandonata a me per due ore buone a cavallo della mezzanotte. Eravamo talmente distratti che non ci siamo accorti del gelo e dello scoccare del nuovo anno.
Non ha riconosciuto la mia voce al telefono, così ne ho approfittato.
“Macelleria Tebaldi”, ho detto forte. Mio padre ha una macelleria, noi abitiamo sopra e io ci lavoro dentro. Abbiamo il Duplex, condividiamo la linea telefonica di casa con quella del negozio e mio padre vuole che si risponda sempre come se fossimo in macelleria, anche di notte.
“C’è Silvano?”, mi ha detto timida al telefono.
“No, la macelleria riapre il due gennaio”, ho risposto, “arrivederci”, e ho riattaccato.
Non ricordo il suo nome, non è bella ed è la sorella del Mafia.
Me la sono vista davanti tutta vestita di nero con un maglione collo alto e una gonna stretta di lana. Le scarpe mi sono rimaste impresse, erano senza tacco, marroni con un fiocco nero e la punta quadrata. Sembrava avesse preso a calci tutto il pomeriggio un muro.
É entrata subito dietro il Mafia e s’è seduta al tavolo senza salutare nessuno.
Il Mafia m’è venuto vicino sbuffando:
“É mia sorella”.
“Hai una sorella?”
“Ne ho tre”.
“Che notizia, e come mai è qui? …”
“Ieri il suo ragazzo l’ha scaricata… un idiota… L’ha mollata perché lei l’ha perdonato…”
“Perdonato?”
“Sì, perdonato d’averla tradita”.
“Che idiota…”
“Invece tu… sei con una?”
“Sì, è quella in piedi a fianco del guardaroba con il maglione azzurro. Lavora alla tabaccheria dove mi fermo a prendere le sigarette, non m’andava di venire solo e questa ha accettato subito, nemmeno il tempo di mettere il punto di domanda…”
“Non è brutta… Ma com’è vestita? Un po’ all’antica… vecchio stile…”
“Vecchio stile dici? … Ha la gonna pantalone…”
L’aperitivo era in piedi e mentre la tabaccaia si riempiva il piatto di crostini al salmone e porzioni di panettone gastronomico mi s’è avvicinata la sorella del Mafia. Mi ha piantato gli occhi addosso e ha cominciato a parlare di suo fratello. Voleva sapere da me se tradiva Sonia.
“Il Mafia tradire una donna? Non conosci tuo fratello, hai un’opinione sbagliata, davvero sbagliata…”, le ho risposto serio.
Certo che la tradisce, lo sanno tutti. Solo il lunedì sera, sempre alla stessa ora, per tre ore.
Mi ha preso bene parlarle, avevamo il bicchiere in una mano e quasi sempre la sigaretta nell’altra.
La tabaccaia non l’ho più vista, credo se ne sia andata a casa subito dopo l’aperitivo.
Il Mafia mi preoccupava. Temevo s’alterasse nel vedermi conversare con la sorella così a lungo.
L’ho cercato con lo sguardo più d’una volta.
Le prime due mi ha sorriso, la terza aveva un’espressione seria e la quarta mi ha fatto un cenno con il capo, mi ha detto sì. _________________ Alessandra, Scrittura Creativa Due |
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