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Racconti di Natale (Scrittura Creativa I)

 
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riderberta



Registrato: 06/11/09 19:11
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MessaggioInviato: Ven Dic 04, 2009 10:34 am    Oggetto: Racconti di Natale (Scrittura Creativa I) Rispondi citando

Lettera a Gesù Bambino di Marco Riva

Caro Gesù Bambino,

scrivo a Te la letterina contenente i miei desideri di Natale.

Lo faccio di nascosto perché, quando sono venuto ad abitare a Verona, una bambina brutta, antipatica e prepotente mi ha deriso, affermando che le mie sono fandonie assurde.
Ti riporto le sue testuali parole, scandite con un’aria truce, tra l’indignato e l’infastidito: “Come può Gesù Bambino, batuffolo appena nato, portare i regali a tutti i bimbi del mondo?”. “I regali”, prosegue, “lo sanno tutti, li portano Santa Lucia (“La mozzarella?”, ho chiesto ingenuamente alla bambina, che mi ha rifilato un calcio negli stinchi) e, qualche giorno dopo, Babbo Natale.”

Ma che colpa ne ho, io, se sono nato e vissuto per anni a Milano, e a Milano i regali li porta Gesù Bambino?

“E’ tua madre che, come in tutte le cose, vuole essere originale, e ti ha insegnato delle assurdità”, esclama la bambina, con piglio feroce e sbrigativo, che non ammette repliche.

Io incasso silenziosamente, a capo chino, andando poi a riferire alla mia mamma, che sbotta: “Ma cosa vuole, quella là? Babbo Natale è una tradizione nordica, non nostra. A te i regali continua a portarli Gesù Bambino. Altrimenti...nisba!”. Che, per chi non avesse dimestichezza con i dialetti lombardi, significa “ti attacchi al tram”.

* * * * *

Anche quest’anno, Gesù Bambino, ti chiedo il regalo che non hai mai voluto portarmi: desidero che la notte di Natale nevichi.

Ricordo, provando ancora intensi brividi, i Natali di qualche anno fa, quando andavo a letto tutto agitato: ero certo di non riuscire a dormire, condannato a giacere per ore, facendo meno rumore possibile. Senza neanche potermi alzare a fare la pipì.
“Guarda che, se Gesù Bambino ti sente, e si accorge che sei uscito dalla camera, se ne va, senza lasciarti neppure un regalo” era l’avvertimento minacciosamente terribile, proferito con aria severa dai genitori. Non oso neppure pensare quale potesse essere la situazione degli sfinteri, dei poveri bambini veneti, la notte di Santa Lucia: attanagliati non solo dal timore di non ricevere regali, ma anche dalla minaccia di essere resi ciechi, se avessero per sventura incontrato la santa.

Ricordo che, dopo qualche ora quasi insonne, non potendone più, mi alzavo per fare la pipì e scorgevo, fioco e lontano, proveniente dalla sala, un chiarore che sapeva di festa. Quatto quatto mi avvicinavo, per scoprire che sotto l’albero, inondato di luci, erano magicamente spuntate decine di pacchi. Un anno ho trovato un pacco molto grande, che ne conteneva una dozzina di sempre più piccoli, con dentro, infine, una fiammante macchinina rossa. I miei genitori si sono tanto divertiti, racconta la mia mamma, ad osservarmi mentre aprivo tutti quei pacchi, sempre più deluso e perplesso, fino a quando lo sbucare della macchinina mi ha provocato un incontenibile moto di gioia.

Data un’occhiata ai pacchi, il mio pensiero correva subito alla neve, e guardavo fuori, al primo chiarore dell’alba invernale, sperando di vederla cadere, fiocco dopo fiocco.
Non è mai successo.

A dire il vero, Gesù Bambino, non è che io non abbia mai visto nevicare: l’ho visto, eccome, anche perché sono andato tante volte in montagna. Ho anche spalato, ogni tanto, se proprio non si era offerto nessun altro.

Io la neve, però, la desidero a Natale.
Sogno di uscire dalla Messa di mezzanotte e scoprire che, mentre Tu stavi nascendo, la neve scendeva a renderti omaggio, anteprima dei re magi, portando in dono il suo candore. Non a te, che non ne hai bisogno, ma al mondo. Mondo che, mentre la neve cade e lo ovatta, è più silenzioso e sereno, e sembra persino più buono.

* * * * *

Perché, Gesù Bambino, non mi hai mai regalato la neve, a Natale?
Forse perché sono stato un bambino cattivo, con la mia mamma. Certo, quando ho iniziato a chiamarla Gallina ed a litigarci furiosamente, di continuo, non mi sono comportato proprio bene. Ma anche lei non era una stinca di santa, con le sue continue punzecchiature, frutto della sindrome del primogenito in fuga: essa colpisce tutte le genitrici, i cui figli maschi, soprattutto se primi, iniziano ad allacciare significativi rapporti con altri universi femminili.
E poi, ora che, in vista degli ottant’anni, ella volge al tramonto, un tramonto che Tu sai bene essere un po’ troppo sofferto, sono diventato più buono: non faccio più nemmeno i dispetti ai suoi gatti, anche perché non ne ha più.

Forse non mi fai cadere la neve, a Natale, perché sono stato cattivo anche con l’altra mamma, quella che tecnicamente si qualifica come suocera.
Dopo avermi inflitto ogni genere di angherie, durante gli anni in cui frequentavo semplicemente sua figlia, ha commesso l’errore di credere, il giorno del matrimonio, che la sua vigile tensione sarebbe potuta finalmente calare: mi ha autorizzato a darle del tu, ed a chiamarla mamma invece di signora.
Da allora è iniziato il suo inferno, culminato con il mio tentativo di convincere i suoi nipotini che, se a Verona non nevica mai, la colpa non è del lago di Garda che mitiga il clima, ma del fatto che c’è l’arida nonna Maria. Ho anche pensato di scrivere un racconto, L’arida strega che scacciava la neve (ovvero perché dove c’è mia suocera non nevica mai): ma questa è un’altra storia, che scriverò, forse, in futuro.

* * * * *

Proprio mentre pensavo e scrivevo questa letterina, ho finalmente capito che la verità è un’altra.
Tu, Gesù Bambino, non mi porti in regalo la neve, per Natale, perché mi hai già dato tutto, e vuoi che avanzi qualcosa anche per gli altri.

Hai fatto in modo che incontrassi una ragazza imperfetta, ma con le imperfezioni messe proprio al posto giusto, per piacere immensamente a me: ragazza che ho iniziato ad amare dopo una sola settimana e che continuo ad amare da trent’anni. E’ una grande fortuna.
E pazienza se si ostina a sostenere che i regali non li porti Tu, ma ci pensano Santa Lucia e Babbo Natale: non è colpa sua, poverina, se le hanno ficcato in testa strane idee, saghe di barbari nordici malamente adattate.

Con la ragazza ho avuto due figli: creature imperfette, anche loro, che però mi regalano sia l’incazzatura, che la gioia quotidiana di vivere.

* * * * *

Adesso vado, Gesù Bambino, perché ho fretta.
Dopo la sviolinata dell’ultimo paragrafo, chiunque potrebbe pensare che io mi sia garantito un 2010 ricco di soddisfazioni sessuali, con la ragazza imperfetta, mia moglie Daniela.
Ma ella è bizzosa, per cui non si può mai sapere: scappo quindi a prendere l’anticipo del 2009, a letterina calda, sperando che anche le rate successive vengano onorate.
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riderberta



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MessaggioInviato: Ven Dic 04, 2009 4:59 pm    Oggetto: *Due persone (e qualche persiana).* di Marco Volpe Rispondi citando

*Due persone (e qualche persiana).*


My darling,

stasera non ti scrivo per raccontarti quello che faccio e non faccio. E che al mattino mi alzo spettinato, e che la sera vado a letto stanco, e se dormo e se sogno. Stasera ti racconto una storia.
È una storia leggera leggera che devi leggere con voce allegra e, se puoi, tintinnante.
Sotto devi immaginarci un tre quarti giocoso, ta-ta-bum, ta-ta-bum, ta-ta-bum.
Oppure un sei ottavi. Mai capita la differenza.

***

Lui è uno sui trentacinque, con dei capelli corti che si taglia da solo.
Studia, oppure lavora: di sicuro viaggia.
Gira il mondo con lo zaino e gli occhiali, ha una passione confessata per le persone (molte) e le persiane (tutte).
Ne avrà scostate centomila, ad altrettante avrà bussato piano; quando sono troppo in alto, le stuzzica con un bastone finché qualcuno le apre per domandare chi è o gettare un secchio d'acqua. Si direbbe gli interessino le persone dietro quelle persiane, probabilmente anche un po' le persiane stesse nel loro nascondere persone.
Però non è così semplice.

Lei ha qualche anno di meno, al massimo uno di più.
Vive in una camera ammobiliata con gusto e illuminata appena, da due finestre provviste di persiane.
La mattina, le apre di buon'ora, si affaccia ed esclama buongiorno a qualcuno che a un certo punto arriverà. La sera, verso le dieci o le undici (dipende dalla stagione), sussurra buonanotte e poi le chiude e s'addormenta o legge un libro.
Sempre così, da trentacinque anni o pochi meno, al massimo uno di più. Per il resto, lavora a maglia.

Lui sta cercando lei, a voler schematizzare.
Lei sta aspettando lui, anche se non è proprio così semplice.
Lui si chiama Giulio, lei si chiama Giulia.
Sono nomi di fantasia (evidentemente non tantissima), i nomi reali me li tengo per me.

***

Sole come al solito, nuvole in lontananza e neppure minacciose.
Giulio scosta le persiane di una casetta di campagna. Subito la finestra si apre e si affaccia una graziosa vecchietta rotonda e colorita, come quelle delle pubblicità delle fette biscottate.
Giulio sorride ma non è esattamente ciò che si aspettava.
- Posso aiutarla?
- Ehm... No, scusi tanto.
- Serve qualcosa?
- No, niente, niente... Cioè, giusto una curiosità... Si chiama mica Giulia, per caso?
- Veronica, per la verità. Però una cara amica di prima della guerra, adesso che mi ricordo, si chiamava proprio...
- Grazie, grazie mille, signora, scusi tanto.
- ... pensi che era presente anche al matrimonio che facemmo nell'estate di quell'anno, appena prima che...

In un'altra parte del mondo, abbastanza lontano, Giulia sbadiglia, tira via le tendine, gira la maniglia, spalanca le persiane. C'è qualche nuvola di troppo e pezzetti di sole in lontananza.
Giulia si stiracchia e accenna un sorriso.
Buongiorno!

***

Giulio non sente neanche la fame quando va a caccia di persone e di persiane.
Adesso ha appena bussato con un'asta a una persiana dell'ultimo piano.
La finestra si spalanca e viene fuori una splendida donna di città, di quelle abbronzate anche d'inverno.
Vuoi vedere che ci siamo?, pensa Giulio.
Si intavola una simpatica discussione sul tempo che corre piano e sulla gente che va veloce, sugli animali da cortile e quelli invece selvatici per loro propria natura.
Vanno avanti da almeno un'ora.
Giulio non sa cosa darebbe per vedere com'è ammobiliata, quella camera dell'ultimo piano. E' importante, per lui.
- Vedi, Giulia, se soltanto potessi salire un secondo...
- Come mi hai chiamato?
- Giulia!
- Forse mi scambi per qualcun'altra. Io mi chiamo Sara da quando sono nata.
- Porca miseria.
- Come?
- Niente, scusami, dimentico sempre la domanda più importante.
Le manda un bacio con le dita e corre via, più veloce che sa.
Lei lo guarda confusa, raccoglie il bacio e ne spedisce indietro un altro, anche solo per educazione.

Intanto Giulia s'affaccia perché ha sentito un rumore, ma è solo un passero o un usignolo che armeggia con una tegola sul tetto.
Si guarda intorno ma non vede nessuno.
Siede sul letto e riprende in mano i ferri.

***

Pomeriggio inoltrato, dietro Giulio i saliscendi di una giornata di cammino, davanti a lui una splendida finestra ad archetto, con persiane in alluminio.
Giulio s'avvicina fiducioso e la spalanca di colpo.
Lei è una tipetta acqua e sapone, capelli neri a caschetto, sui trentatré trentaquattro, al massimo trentasei.
Perfetto.
Sta lì davanti alla finestra con un libro in mano, penseresti ad aspettarlo.
- Giulia?
- Giulia.
- Giulia!!! Finalmente!
E la bacia subito.
Poi parlano e parlano e parlano, per almeno sei ore, fino a quando è buio fitto. Di tutto quello che puoi immaginarti, persino dei problemi della società post-industriale e delle tecniche di allevamento del muflone, con straordinaria identità di vedute.
È sull'atteggiamento di fronte alla fenomenologia di Hegel che compaiono le prime divergenze, le quali esplodono poi in tutto il loro fragore nel discutere l'opposizione tè alla pesca/tè al limone.
Dannazione, pensa Giulio, è che per scostare una persiana basta un istante. E invece per capire a fondo una persona, a volte servono addirittura sei ore.
- Ciao Giulia, è stato bello conoscerti, meglio perderci così che non esserci mai incontrati, eccetera eccetera.
- Come dici?
- Niente, lascia stare.
E fugge via. Stavolta senza neanche un bacio.

Intanto Giulia ha quasi finito una sciarpa. La regalerà al suo Giulio, il giorno che lui saprà trovarla.
Gliela arrotolerà intorno al collo abbastanza stretta da spiegargli tutto, senza bisogno di star lì a sprecar parole.
Ora si affaccia di nuovo: c'è il solito pettirosso e qualche tizio che passeggia per strada, ma si vede lontano un miglio che i loro colli non c'entrano niente con la sua sciarpa.

***

È una sera d'inverno, di quelle in cui più stelle si vedono e più fa freddo, fra due giorni è Natale.
Con ogni probabilità, Giulio e Giulia lo passeranno sereni e distanti.
Un po' come me e te, che in più abbiamo l'ingenuità e la colpa di cercarci per finta e aspettarci sempre nei posti sbagliati.

Giulio s'è seduto per terra.
Potrebbe inventarsi un censimento di tutte le giulie del pianeta, o correre all'impazzata e spiare di notte tra le fessure di ogni persiana, o affidarsi a qualche mago di passaggio.
Ma è troppo stanco e giovane per tutto questo.
Sarà il freddo, gli esami, il Natale, ma tutto ciò che gli riesce, stasera, è scrivere una lettera in tre quarti per una donna che da qualche parte lo aspetta, lavora a maglia, dice buongiorno e buonanotte.

Giulia, abbastanza lontano da lì, si alza e guarda la luna sui tetti.
Se n'è andata un'altra giornata come tutte.
Sospira e riaccosta le persiane.
Buonanotte!

***

E buon Natale, my darling.
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riderberta



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MessaggioInviato: Ven Dic 04, 2009 5:32 pm    Oggetto: La cometa. Cristiano Bertazzoni Rispondi citando

La cometa

«Che ci fai qui a quest’ora, la vigilia di Natale?» chiese il barista al giovane ufficiale. «Domani decollo per la mia prima missione in solitaria e non riesco a dormire. Portami un caffé. Anzi un whisky» rispose il ragazzo sedendosi a un tavolo. Il barista portò l’ordinazione. «Stasera chiudo un po’ prima».
«Ok. Bevo e me ne vado».
«Fai con calma. Non c’è fretta. Hai ancora un paio d’ore. Il primo giro lo offre la casa. È Natale anche in questo posto dimenticato da Dio».
«Quale Dio?» chiese il ragazzo. Il barista tirò le labbra in un’ipotesi di sorriso. Riempì il bicchiere fino all’orlo e tornò dietro al bancone. Il bar, con le pareti cariche di cimeli di vecchie missioni spaziali, era poco distante dalla base da cui, con cadenza quasi quotidiana, decollavano le navicelle destinate alle stazioni orbitanti. La radio trasmetteva canzoni natalizie a ciclo continuo.
Il ragazzo bevve d’un sorso, gettando indietro la testa, e si accorse che un vecchio seduto qualche tavolo più in là lo stava fissando. Fece un cenno di saluto e il vecchio si alzò, avvicinandosi. «Posso sedermi?».
«Prego» disse il ragazzo, indicando la panca davanti a sé.
«Non voglio farmi gli affari tuoi ma ho sentito che domani parti per una missione in solitaria».
«È così».
«So cosa significa».
«A sì?» disse il ragazzo sollevando gli occhi dal bicchiere vuoto e guardando di traverso la divisa logora del vecchio.
«Sì. Sono stato anch’io un pilota. Anche se ai miei tempi le cose erano diverse. Niente overdrive, niente cyber-spazio. Solo la voce del Controllo Terra a dirti cosa fare e cosa non fare. Ma la strizza era la stessa, immagino. Quella morsa che riduce la bocca dello stomaco a uno spillo. E l’adrenalina che corre nel filamento di iridio che ti hanno impiantato nel tubo neurale comincia a farsi sentire fin dal giorno prima e diventa uno tsunami quando la spinta dei post bruciatori ti schiaccia sul sedile al momento del decollo». «Può essere» disse il ragazzo, sciogliendo i muscoli delle spalle e toccandosi la spina di connessione neurale sulla nuca.
«Non preoccuparti. Vedrai che andrà tutto bene. D’altronde domani è Natale, no?».
«E allora? » ringhiò il ragazzo. «Sarà anche Natale ma a me non interessa molto. Per quanto mi riguarda domani è un giorno come un altro. Natale, per me, non significa nulla. È una parola vuota per un giorno inutile».
«Beh, ragazzo. Pensala come vuoi. Ma il Natale è un giorno speciale. Fattelo dire da un vecchio. Mi sembri simpatico. Anche se non fai nulla per farlo credere. Aspetta». Il vecchio aprì il pugno che, fino a quel momento aveva tenuto chiuso, appoggiato sul tavolo. «Voglio farti un regalo. È un pezzo di cometa. Un portafortuna» disse il vecchio, indicando il sasso bruno dalla superficie levigata, che sembrava pulsare di un bagliore ipnotico sul palmo della mano.
«No grazie. Non credo nella fortuna o nel destino» rispose il ragazzo, distogliendo lo sguardo. «Là fuori, non c’è magia che tenga. Nessuna entità superiore. Se piloti una navicella in solitaria attraverso il fascio di asteroidi, diretto alle stazioni orbitanti, non puoi affidarti al caso o a un amuleto. Sono la matematica, la fisica, la logica applicate alla migliore tecnologia che ti impediscono di schiantarti contro qualche detrito. Non c’è nessun Babbo Natale con la slitta, là fuori. Solo vuoto cosmico, corpi astrali e immondizia umana».
«Forse hai ragione tu» disse il vecchio. «Ma permettimi di raccontarti la storia di questa pietra. Poi, se crederai, la terrai. Altrimenti me la riprenderò». Il vecchio ficcò il pezzo di cometa nella mano del ragazzo e cominciò a raccontare. «Quella missione non aveva nulla di straordinario. Era andato tutto liscio. La nave stava rientrando alla base. L’atterraggio era previsto proprio per il giorno di Natale. Il pilota si chiamava Tommasi, maggiore Tommasi. Tutto andava per il meglio. L’orbita era perfetta e l’allineamento calcolato al millimetro. Poi, l’imprevisto. Il Controllo Terra chiama il maggiore Tommasi. C’è qualcosa che non funziona. I circuiti non rispondono. La nave va fuori rotta. Le comunicazioni sono interrotte. Il maggiore Tommasi è isolato. Il Controllo Terra continua a ripetere “Puoi sentirmi maggiore Tommasi? Puoi sentirmi?”. Ma il maggiore non risponde. Non sente la domanda. A Terra, però, arriva la sua voce che dice “Esco per vedere cosa è successo”. Poi, silenzio. Dopo qualche minuto, di nuovo la voce del maggiore Tommasi. “Sono fuori. Mio Dio!”. E ancora. “Dite a mia moglie che l’amo”. Il Controllo Terra, disperato, insiste. “Puoi sentirmi maggiore Tommasi? Puoi sentirmi?”. Più nulla.
Il maggiore non può sentire. Poco prima, si è calato nell’esoscheletro per le riparazioni esterne. Si è agganciato al cavo di sicurezza ed è uscito dalla nave. Sta fluttuando nello spazio, mentre precipita verso la Terra a centomila miglia al minuto. A quella velocità tutto diventa piatto. La luce si curva. Non si avverte la gravità del pianeta. Non c’è attrito. I sensi perdono la percezione della realtà. Il silenzio è compatto. Il vuoto diventa solido. Ed è allora che il maggiore Tommasi vede qualcosa. Sembra impossibile. Ma davanti ai suoi occhi c’è una gigantesca cometa che non dovrebbe essere lì. Non è segnata su nessuna mappa. Non è stata rilevata dalla strumentazione. Eppure è lì. E il maggiore la vede incrociare l’orbita tangenziale della Terra. La scia di milioni di detriti si incendia a contatto con l'atmosfera. Frantumi di corpi incandescenti sfiorano la nave spaziale. Il maggiore allunga una mano, come per afferrare la coda della cometa. Sembra che il suo braccio sia di gomma. Si allunga all’infinito, inseguendo il corpo celeste. Poi il cavo di sicurezza si tende, e il computer di bordo fa scattare il riavvolgimento automatico. Il maggiore Tommasi viene trascinato dentro la nave dal verricello di poppa mentre la cometa si allontana. Quando il portellone si chiude, la camera di decompressione riporta l’atmosfera alla pressione normale. Il maggiore Tommasi riacquista piano le facoltà sensoriali. Apre la mano bionica dell’esoscheletro e vede tra le ganasce questo sassolino nero. Esce da quella specie di scafandro e, con il pezzo di cometa in tasca, torna ai comandi. Il Controllo Terra ripete ancora il suo nome. “Maggiore Tommasi? Puoi sentirmi?”. E lui risponde. “Qui maggiore Tommasi a Controllo Terra. Tutto a posto. Sto rientrando”. Quando atterra, nessuno crede a quello che vede. La nave del maggiore è totalmente carbonizzata. I deflettori sembrano riccioli di burro colati sulla chiglia. I motori sono liquefatti. È impossibile che quel ammasso di rottami abbia riportato il maggiore Tommasi a casa. Eppure lui è lì e stringe in mano questo pezzo di cometa.
Ed è questo stesso pezzo di cometa che, questa sera, io voglio regalare a te. Oramai, a me, non serve più». Così dicendo, il vecchio strinse nella mano il pugno del ragazzo.
«Si chiudeeee» strepitò in quel momento il barista. Il ragazzo si voltò. «Solo un istante, barista. Finisco col vecchio e arriviamo».
«Ma cosa dici, ragazzo? Di che vecchio stai parlando? Non c’è nessuno qui, a parte te. Mi sa che hai bevuto troppo stasera» replicò il barista scuotendo la testa.
Il ragazzo si voltò verso la panca. Era vuota. «Ma. Non hai visto il vecchio pilota che era qui con me?».
«Ragazzo, devi essere proprio stanco. O ti sei calato qualche droga chimica. È da più di un’ora che sei qui seduto, da solo. E ti assicuro che non è entrato nessuno. La gente, la vigilia di Natale, sene sta a casa, con la famiglia. E adesso vattene che devo anch’io raggiungere la mia donna».
Il ragazzo fece per alzarsi quando si accorse di avere ancora il pugno chiuso. Aprì le dita e vide il sasso palpitare caldo nella sua mano. Si volse ancora verso la panca e il suo sguardo venne catturato da un vecchio articolo di giornale, incorniciato e appeso alla parete di fronte. Il titolo parlava di un miracolo alla base spaziale. La foto mostrava un vecchio modello di nave, ridotto a un catorcio. La didascalia diceva: la nave del maggiore Tommasi al suo rientro dopo la collisione con la coda di una cometa. Una foto più piccola ritraeva il volto di un giovane ufficiale. Gli occhi, la bocca, il naso. Quello era il vecchio. Non c’era dubbio. Il maggiore Tommasi era quel vecchio che gli aveva dato la pietra. Il ragazzo lesse la data dell’articolo. Risaliva a 84 anni prima.
«Non è possibile» mormorò. «Tutto è possibile» rispose il barista. «Stasera è la vigilia di Natale. E adesso torna alla base. Domani è un gran giorno per te».
«Hai ragione» disse il ragazzo uscendo. «Domani è un giorno speciale». Il barista chiuse la saracinesca e guardò il ragazzo mentre si allontanava. «Buon Natale» gli ---ò dietro.
Il ragazzo si voltò per rispondere, ma non vide nessuno. Guardò la pietra nella sua mano e sorrise. «Buon Natale anche a te».
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riderberta



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MessaggioInviato: Ven Dic 04, 2009 10:47 pm    Oggetto: Il vestito di Gesù bambino. Marta Minardi Rispondi citando

Il vestito di Gesù Bambino

Si muoveva furtivamente lungo la via; scansando i rari passanti scivolava nell’oscurità della sera e, dove i lampioni riuscivano a gettare una scialba luce gialla, si appiattiva lungo le pareti degli edifici, per farsi assorbire dall’ombra.
Alla Vigilia di Natale le strade di Mala Strana erano silenziose. Si incontravano frettolosi abitanti che passato il ponte Carlo,si dirigevano svelti a casa , gli altri erano già raccolti nelle loro abitazioni , al caldo delle stufe di porcellana, attorno ai tavoli apparecchiati per la cena della Vigilia. Dietro le finestre illuminate, dalle fessure delle tendine si intravedevano luccicare le decorazioni colorate di qualche abete, altrove le ghirlande dell’Avvento decoravano i davanzali con le candele rituali,qualche musica attutita si captava con ritmi di festa, di famiglia, di bambini contenti.
Camminando l’uomo sfregava spesso tra loro le mani gelate,le nascondeva poi nelle tasche della giacca sdrucita e troppo leggera per quella giornata invernale,poi le sfregava lungo le cosce e vi alitava sopra emanando dalla bocca una nuvola di vapore Era magro, agile, aveva baffi neri, folti che avevano bagliori ghiacciati e sul capo portava un berretto di lana grigio calzato fino alle orecchie
La strada che stava percorrendo correva quasi parallela al fiume e l’aveva imboccata dopo avere attraversato il ponte sulla Moldava, dalla quale saliva una spessa nebbia che avvolgeva cose e uomini in un bozzolo opaco e gelido. Più in basso, in uno spiazzo vicino al fiume ma lontano dalle ultime case del borgo, erano sistemati tre carrozzoni vecchi e malandati di zingari . In uno di questi abitava l’uomo con la sua famiglia..Andrej, questo era il suo nome, era uscito poco prima dal suo carrozzone con una sola idea in testa, trovare un vestito per il bambolotto che avrebbe rappresentato Gesù Bambino nel Presepio che gli zingari avevano cercato di preparare dietro una delle loro abitazioni,con la speranza che gli abitanti vicini andassero a visitarlo e portassero qualche offerta in denaro o in cibarie. Il bambolotto che Andrej teneva con cura in una tasca laterale della giacca , era stato recuperato in un prato,dove era stato abbandonato, rovinato e senza un piedino. Era di legno,con gambe e braccia snodabili, una testina tonda, senza capelli, come tutti i bambini appena nati, guance dipinte di rosa e una boccuccia rossa ,socchiusa . Con una certa abilità Andrej lo aveva ripulito e gli aveva ricostruito il piede mancante .Un altro problema era rivestirlo in modo adatto.
-Cucirai un vestito per questo che potrebbe essere il Gesù Bambino del nostro Presepio?- aveva chiesto alla moglie . Ma la moglie, in giro per mendicare aveva risposto subito stizzita:
-Chi andrà a cercare qualcosa da mangiare, se mi metterò a cucire un vestito per un bambolotto? Sei impazzito,Andrej ? Andrai tu per carità? Così lui aveva avuto una idea molto semplice,cercare il vestitino dove sapeva essercene tanti, prenderlo, cioè rubarlo e adattarlo al suo bambolotto.Si ricordava d’avere visto una volta in chiesa, quando era entrato per sfuggire ai gendarmi,tanti vestitini adatti alla sua necessità.
Si accostò alla porta ancora aperta, entrò di soppiatto diretto verso l’imponente pilastro di destra , tra un confessionale e la parete laterale. Guardava verso l’altare laterale di mezzo, dove era esposto il Miracoloso Bambino Gesù, chiuso in una teca di cristallo,alla base della quale ardeva ancora qualche candela. Il Bambino era vestito con un ricco abito di Natale, che, in quel debole chiarore, luccicava di riflessi rossastri e portava sul capo una corona d’oro. Raccontavano che fosse arrivato dalla Spagna, verso la metà del 1500 come dono di nozze di una nobile spagnola con un nobile boemo, poi donato al Priore dei Padri Carmelitani Scalzi, con il ricco corredo di abiti tessuti a mano e arricchito con una prima corona d’oro .In seguito, passata la chiesa sotto la giurisdizione della parrocchia di S. Maria Della Catena,del Sovrano Ordine Militare dei Cavalieri di Malta, era stato esposto come statua miracolosa sull’altare di mezzo,proprio dove lo stava osservando Andrej.
Meditava come prendere il vestitino e intanto rabbrividiva alla luce delle candele. Trovare un abitino per un bambolotto alla vigilia di Natale non era una impresa facile e forse più adatta ad una donna che ad un ladro come era lui.
Si girò verso la sagrestia.Lì, vicino alla porta , c’erano in mostra, in espositori protetti da ante di vetro, gli abitini del Bambino Miracoloso, cuciti con i tessuti più diversi, ricamati e colorati, tutti doni per grazie ricevute,: un richiamo irresistibile ad allungare una mano per prenderne uno.
-Chi si accorgerà se ne mancherà uno, magari uno dei meno importanti, a me ne basterebbe solo uno ma se ne prendessi anche due ,il bambino ne avrebbe sempre a sufficienza,- parlottava tra sé e sé Andrej , guardando un momento verso l ’altare e poi verso i vestitini.
L’altare , dove era esposto il Bambino si ergeva verso l’alto in un tripudio di ornamenti dorati.
Sopra il Bambino,erano raffigurati lo Spirito Santo e subito sotto l’immagine di Dio ,a rappresentare l’ideale discesa dalla trascendenza divina alla incarnazione nella realtà umana.
Andrej alzò di nuovo la testa in alto :- Lo faccio solo per il Presepio…- disse togliendosi il berretto e facendo un frettoloso segno di Croce.
La chiesa sembrò diventare più scura, lontano una campanella batteva fioca le ore, si percepiva un vago odore d’incenso e di muffa ..
All’improvviso il portone della chiesa sbattè , Andrej sentì d’essere rimasto rinchiuso . Un brivido lo colse e benché abituato a scorrerie e latrocini
nei posti più pericolosi , una sensazione di impotenza gli chiuse la gola . Si girò verso la teca con gli abiti e allungò la mano per aprire l’anta con il coltello che aveva sempre con sé .
Un colpo sulla nuca lo gettò al suolo,una mano robusta gli torse la giacca attorno al collo soffocando il suo grido.
-Attento ,non parlare,sta arrivando il sagrestano- sussurrò una voce rauca vicini al suo collo. Andrej si divincolava come una biscia ma senza riuscire a togliersi da addosso quella morsa che lo bloccava sul pavimento.
L’ombra del sagrestano si muoveva silenziosa lungo la navata,si spegnevano le candele al suo passaggio, l’odore della cera bruciata si spandeva per l’aria.
Chi l’aveva colpito lo tirò all’improvviso in piedi –Non girarti_ disse- cosa stai cercando qui dentro la sera di Natale? Non hai una famiglia dove stare ?
Andrej non sapeva se scalciare e liberarsi o rispondere alle domande, ma da scaltro uomo della strada cercò di sapere o capire chi lo stava trattenendo con forza.
-Sono un povero, avevo freddo e sono entrato in chiesa, poi mi sono addormentato e volevo uscire quando mi hai colpito. Mi hai fatto male- fece quasi piagnucolando.
- Vuoi uscire con l’aiuto di un coltello in mano o rubare ?chiese l’altro.
Andrej capì di avere alle spalle un altro Ladro, insomma, uno simile a lui, ma se lui voleva solo un vestitino per Gesù Bambino, che cosa cercava di rubare l’altro?
_Io sono qui per la corona d’oro e non credere di poterla prendere tu al posto mio, mi occorre ,c’è già chi la pagherà bene!- disse con un certo affanno. Lo teneva ancora stretto sul collo e lo sforzo per trattenere Andrej tutto in movimenti scomposti, aveva prodotto nel secondo Ladro una furia pericolosa.
- Vuoi rubare la corona…non è possibile toglierla dal capo del bambino, è una profanazione, Praga sarà punita con qualche catastrofe ,ci farai inghiottire dal Demonio –gridò Andrej e nella foga della lotta girandosi, con una gamba picchiò contro un grosso candelabro sistemato vicino ai gradini dell’altare.
Il candelabro aveva l’anima di pesante legno rivestito di una lamina d’argento. Essendo stato ideato e costruito nel ‘700,presentava tutti gli spigoli necessari per accompagnare le faccette decorative rilucenti che lato per lato ascendevano verso l’alloggiamento del grosso cero, come foglie strette attorno ad un fiore . Il candelabro battuto dalla gamba di Andreij rovinò verso il pavimento e cadendo batté violentemente sulla testa del secondo Ladro che, mollata la presa sul collo dello zingaro, si afflosciò sul primo gradino dell’altare.
Il tonfo riempì le volte della chiesa, e la porta della sagrestia si aprì di colpo:-Chi è,che cosa è caduto, chi siete…- era tutto un chiedere e un agitarsi a braccia alzate ,mentre Andrej cercava di rimettersi in piedi e darsi un tono.
- Lui voleva rubare la corona del Bambino Gesù, io glielo ho impedito con la forza, vedete bene ..è a terra, l’ho colpito con il candelabro.
-L’uomo a terra si lamentava, malediva la sorte mentre il sagrestano e il priore cercavano di legargli le braccia con un pezzo di corda.
-E tu cosa facevi in chiesa?- gli chiese l’altro sacerdote mentre Andrej si sistemava la giacca strapazzata
,-Io pregavo il Bambino Gesù perché facesse un miracolo_ rispose svelto a voce bassa- un miracolo,nella notte di Natale è possibile, credo, spero..-
Solo un vestitino per il nostro Gesù Bambino per il Presepio degli zingari-e alzando la voce ,con sfida - io sono uno zingaro.
Il Priore capì lo zingaro e si immaginò il furto mancato .Senza aggiungere altro, si diresse verso le ante di vetro ,dietro le quali stavano in mostra gli abitini.
-Scegli quello che vuoi, sarò felice se il vostro Presepio avrà un Bambinello così vestito. Così Andrei, assolto per il furto mancato, ebbe per il vestito desiderato per il bambolotto di legno . Vai , è tardi, devi finire il Presepio con il Bambino Gesù, e… Dio ti benedica – gli disse il priore alzando le mani sul suo capo,non rubare più.

Corse lungo le vie di Mala Strana verso i carrozzoni, mentre dai campanili di Praga suonava la mezzanotte
.Il Bambino con l’abitino ricamato e ornato di pizzi, fu messo a dormire nella cesta con la paglia e gli zingari tutti attorno vegliarono il Re dei Re..
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riderberta



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MessaggioInviato: Sab Dic 05, 2009 4:37 pm    Oggetto: Code. Valeria Squarzoni Rispondi citando

CODE
di Valeria Squarzoni

Le code cominciano sempre appena passata l'uscita.
Ti inchiodano fermo ed impotente e non capisci perché. Forse dovevi solo andare più piano e anticipare la curva. Ce ne accorgiamo sempre troppo tardi. È Natale e tutti corrono via dal freddo della solitudine a scaldarsi in un bicchiere di famiglia.
Devo smetterla di bere. Ho anche iniziato a fumare o ho solo fumato. Ho aspirato, tossito, provato il vapore e mi sono perso nel fumo. Quando mi sono svegliato tu non c'eri più, non sei tornata con il Natale. I tuoi occhi ancora mi avvelenano. Indosso l'assenza e vago per le strade. Guardali i bambini che giocano con l'innocenza; ecco due che si baciano, loro invece già litigano. Mi specchio nelle vetrine, vedo te e me, un Natale passato insieme, vedo le luci della gioia che si sono spente con te.
Cammino senza meta senza sapere cosa riempirà i miei giorni. I pensieri mi tormentano, dovrei essere più stupido, aveva ragione Andrea. Chissà dove è ora. Tutto gira intorno a me ed io mi sento immobile. Sembra che le cose belle accadano sempre agli altri; forse dipende solo da cosa il nostro pensiero rende le cose “belle”. Ho le mie gambe, stanche e consumate; lui no, il mendicante sulla carrozzina mi guarda, vorrà dei soldi, tieni fratello. Mi blocco guardando la sua mano malata di abbandono, nera e triste mentre gira quelle gambe rotonde che cigolano svegliando la vigilia. Questa è la notte dei regali. Io chiedo soltanto te. Leggo improbabili giornali di oroscopi cercando una risposta, un segno, un giorno. L'ultimo che ho letto dice che l'amore arriverà presto portato dall'inizio del nuovo anno. Mi guardo intorno e vedo solo vuoto, ormai sono tutti in chiesa a ripassare come ogni anno la formula del Natale. Quante volte l'ho ascoltata da bambino. “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio”. Mi ricordo che guardavo il prete che pronunciava solenne queste parole con le mani alzate ed imponenti. Non le ho mai capite queste parole, speravo di anno in anno diventando più grande di darvi un senso. Mi sono arreso e ho smesso di andare in Chiesa. Anche da bambino pensavo troppo, il caro Babbo Natale non mi ha mai fatto trovare la leggerezza che portava ai miei amici. Gli unici veri compagni di vita sono i pensieri intossicati dalla sventura. Neanche i sogni sono più con me. Sono stati una gran fregatura, piccole bolle che sempre si sono infrante contro un muro di nulla. Cosa me ne faccio delle illusioni, mi fanno freddo e prurito. Sono arrivato davanti alla stazione, c'è un treno che va non so dove. Cosa importa. Ogni posto è uguale, anche se in televisione sembrano tutti diversi, i Natale delle capitali più belle. Salgo sul treno. Bene, è una vecchia carrozza con gli scompartimenti chiusi, ne cerco uno vuoto. Non ho voglia di vedere nessuno. Mi siedo sui sedili impolverati, soffio caldo sul finestrino e contemplo il mio respiro nascere e morire. Chissà quanto lontana è la morte, magari è proprio su questi binari. Nessuno piangerà per me, neanche lei. Ecco, pace finita. Entra una ragazza apparecchiata come la tavola della vigilia, urla a quel dannato telefono. Mi infastidisco. Si siede proprio vicino a me. Con tutte le carrozze libere e tutti i posti proprio qua si doveva mettere. Mi sposto di fronte e fisso il suo libro. Brava, leggi e metti a riposo la tua sgradevole voce. Legge assorbita come se lì dentro stesse trovando tutto quello che ha sempre cercato. Stupida ragazza che legge un libro sulla felicità. Guardo i suoi piedi e mi chiedo se sono felice. Penso di non essere infelice e neanche felice; concludo che deve esistere uno stato intermedio tra questi opposti in cui si naviga fluttuanti ed indefiniti alla ricerca del proprio posto nel mondo. Eudaimonia. Così studiavo a scuola. Il treno va avanti, vedo passare veloci gli alberi addobbati. Ricordo quello che avevamo comprato insieme. Aveva le foglie vere e credevo fosse un segno per noi; potevamo farlo crescere, curarlo, nutrirlo come il nostro amore. Mi faccio pena da solo. Arrivo alla fermata di un posto di cui non conosco il nome e decido di scendere. È una vecchia stazione con le panchine in legno. Mi sdraio sulla prima, non si sta male. Dal mio mondo orizzontale vedo ginocchia eleganti lanciate da tacchi di vernice. Sono proprio stupide le donne, pensano di essere più attraenti e invece si rovinano solo i piedi. Tu non li portavi i tacchi. Passa il capotreno e mi chiede di alzarmi. Per chi mi hai preso vecchio servo vestito di verde? Potresti metterti due luci in testa e girare per la piazza. Sputo per terra e me ne vado. I viali sono accesi e la mia forza si spegne. Sono stanco. Arrivo in una piazza dove non c'è nessuno. Intravedo all'angolo l'insegna di una tavola calda. Erano anni che non ne trovavo una. Mi accoglie una vecchia signora dal sorriso sincero e dal seno generoso. Deve aver avuto tanti figli. Almeno quattro. È la notte di Natale ed è qua a parlare con questo avanzo di mondo. Non ne abbiamo mai parlato noi di figli, anche se l'ho desiderato per un po'. Mi sarebbe piaciuto trovarti dentro gli occhi neri del nostro amore. Avevo pensato anche ai nomi, Emma o Giovanni. Anche Anna e Maddalena. Che patetico. Ordino del vino rosso e della minestra. Nella sala non c'è nessuno, solo io e la vecchia signora. Chissà dove sono i suoi figli, sto quasi per chiederglielo ma sono interrotto dai canti che arrivano dalla piazza. I canti di Natale sono sempre gli stessi , mi accorgo che li conosco tutti anche se non li ho mai cantati. Neanche da bambino. Diventavo muto in mezzo al canto degli altri. Non so dove sono ma sto bene in questo posto, le tovaglie a quadri rossi mi rubano un sorriso arrugginito. Chiedo se hanno una camera. La 10, al primo piano. È curata e verde. Mi siedo sul letto. Penso che alla fine del giorno manca poco e che posso farcela anche senza di te. Mi vieto i sogni e mi addormento. Buon Natale a me.
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MessaggioInviato: Dom Dic 06, 2009 11:47 am    Oggetto: Sera prima del Natale. Massimo Mirandola Rispondi citando

SERA PRIMA DEL NATALE

Ancora due passi e sono arrivato. Tira un forte vento freddo. Credo che tra un po’ nevicherà. Entro. La vecchia porta suona un cigolio stridulo. Poi sbatte.
“Ciao Giorgio com’è”?
“Hei vecchio come va? Sei arrivato”?
“Si sono tornato ieri. Mi fai un Ripasso”.
Un brusio familiare mi circonda, mi distende.
“Tieni”.
Prendo il mio bicchiere, mi metto dietro il vetro della vecchia porta e guardo la gente che passa e corre alla messa di mezzanotte. La chiesa è a poche centinaia di metri. Manca quasi un’ora all’inizio della messa ma bisogna trovare posto. Mi accorgo che la neve inizia realmente a cadere. Leggera, ma cade. Sento il livello del freddo da uno spiffero nello stipite. Una vigilia di Natale con la neve non l’ho mai vissuta. Inizio a sorseggiare il mio vino. In realtà non ne ho nessuna voglia ma mi serve per non avere proprio nulla da fare. Ecco potrei andare anch’io alla messa. Quanti anni saranno che non ci vado?
“Ti ricordi Giò di quando eravamo bambini ed andavamo a fare i chierichetti alla messa di mezzanotte”.
“----- se me lo ricordo. Ma ne è passato di tempo. Finita la messa quanto vin brulè ci bevevamo”.
Il suono di una coppia di tacchi mi distrae dal ragionamento di Giorgio. Sembra un metronomo. Passano due ragazze. Sembrano carine. Resto immobile a guardarle. La neve aumenta la sua intensità. Sulla strada bagnata se ne è già creato un leggero velo. Ma i passanti non se ne preoccupano e vanno svelti.
Il vino assalta il mio stomaco vuoto, e lentamente risale alla testa. Mi sento un po’ più leggero. Lo stomaco brucia. La testa comincia a vacillare.
“Che ----- ci stiamo qua a fare Giò”?
Giorgio non mi risponde. Forse non mi ha sentito, o forse fa finta di non sentire. Più semplicemente è indaffarato con gli altri clienti. Lo sa che dei suoi amici sono quello che elucubra con insistenza, soprattutto quando inizio a bere. Poi il Natale mi dà da sempre quello stimolo in più per sragionare su che cosa ci serve vivere.
“Dovrebbe arrivare anche Michele più tardi”.
“Ci siamo proprio tutti e tre. ----- stasera passiamo una bella vigilia di Natale”.
“Calma vecchio io lavoro”.
“Lo so. Ma poi chiudi. Se vuoi ti do una mano”.
“No c‘è qui Silvia”.
Silvia mi piace. Lavora e si fa i fatti suoi. Se hai voglia di una parola te la porge, se non vuoi parlare praticamente non ti considera. E’ anche carina, a parte lo strabismo. E’ ben carrozzata: ha un bel seno. Ci devo fare un pensiero.
Butto giù l’ultimo sorso. Mi prende la gola. Un brivido di freddo mi attraversa il corpo; forse non sto troppo bene. Domani me ne resterò a letto. Credo. Forse è solo che non dovrei starmene attaccato alla porta. Ogni volta che qualcuno entra mi assale un muro di vento. Freddo. Ma a me piace cosi. E’ il posto più bello dell’osteria di Giorgio. Ora per esempio è un quarto d’ora che vedo passare gente frettolosa che vuol presenziare ad una messa di Natale. Quando sei da solo è l’unico modo per far passare il tempo. Potrei parlare con Silvia,ma stasera non ne ho voglia. Probabilmente comincio a sentire la stanchezza del lungo viaggio.
Appoggio il bicchiere vuoto ad un tavolo. Allento la sciarpa. Mi guardo le scarpe. Non mi piacciono molto. Alzo lo sguardo, vedo una donna chiusa nel suo cappotto che passa urtando contro il vento. Gira il suo volto chiuso tra la sciarpa e il berretto verso il mio. Lo riconosco.
“Hey Giò è passata Angelica”.
“Chi”?
“Angelica”.
“Max non dire cazzate. E’ morta due anni fa”!
“Ti dico che è lei”.
Esco dalla porta per verificare. Incoccio con la spalla di un avventore che in quel momento sta entrando.
“Mi scusi”. Gli dico senza girarmi.
La vedo allontanarsi verso la chiesa. La rincorro. Sento salire il caldo. La fermo toccandole una spalla.
“Scusa”. Prendo qualche boccata di ossigeno. “Sei tu Angelica”? Lei chiedo ansimando.
Si gira. La guardo negli occhi. Grandi, curiosi, lucidi. Mi accenna un leggero sorriso, sembra il suo. Ho un altro brivido, più forte. Mi rendo conto che forse non è lei. Capisco che è imbarazzata, ma il suo sguardo è fermo, bello.
“No, temo che si stia sbagliando”. Ha un accento straniero, forse francese.
“Mi scusi”.
Sento il vento gelido in faccia. Ora sono io in imbarazzo. E allora, come sempre in queste situazioni, mi sistemo i capelli con la mano destra. Mi accorgo che li ho bagnati dalla neve che intanto continua a cadere abbondante. Me ne torno indietro.
“Se le fa piacere, mi può accompagnare alla messa”. Mi grida.
Mi giro verso di lei, vorrei dirle sì. Ma non so che rispondere... Gli amici mi aspettano. Ma se fossero qui mi direbbero “Vai. Cosa aspetti!!!”
“Ci penso. Magari la raggiungo dopo. Buon Natale”. E me ne torno sui miei passi.
Ecco. Ho detto no.
La neve ora mi sbatte in faccia. Mi ricorda che ho fatto l’ennesima fesseria.
Rientro nel locale.
“Giò fammene un altro”.
E mi riposiziono dietro il vetro.
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MessaggioInviato: Mar Dic 08, 2009 10:23 pm    Oggetto: Natale 2009. Valentina Rispondi citando

Natale 2009
Suona il campanello per la prima volta.
“Auguri, buon Natale! Ma che bella, non dovevi disturbarti. La metto sotto il Presepe. Vieni, Giulia, ti faccio vedere tutte quelle, che mi hanno regalato. La rosellina selvatica: le dame della misericordia. L’ ibiscus: i dipendenti di mio marito. La stella di Natale: le mamme dei compagni di Matteo. Il ciclamino: il ragazzo di Sara. E l’orchidea tu.”
Dopo un lieve sfregamento sulle ciprie di diversa tonalità rosa carne, le due donne, leggere, si dirigono verso il soggiorno. Lì i due uomini, ingessati nell’attillato vestito, si scambiano ponderate opinioni tra una grassa risata e una unghiata amicale.
Suona il campanello per la seconda volta.
“Auguri, buon Natale! Ma che profumo, non dovevi disturbarti. Lo metto in cucina. Vieni, Gabriella, ti faccio sbirciare in anticipo il menu, tutto come da tradizione.”
Le due donne, un po’ meno leggere, si dirigono, verso il salotto, dove i tre uomini, un po’ più rigidi, parlano di investimenti volpini.
Suona il campanello per la terza volta.
“Auguri, buon Natale! Venite accomodatevi, Luigi, sarà felicissimo di vedervi.”
Susi solare nella gonna bordeaux a tre quarti, stretta in vita e in fondo, e morbida sui fianchi, introduce i due ospiti nella sala.
Avvolto nel suo completo grigio perla con gemelli dorati ai polsi, che stringono una camicia di seta crema, Augusto Belli, con un cipiglio per niente confidenziale, si siede sulla poltrona di pelle color vinaccia, emettendo un lievissimo grugnito.
La moglie, signora Rosa, invece, zampetta, da ape laboriosa, ad abbracciare gli ospiti del figlio, nel suo polveroso tailleur.
“Che bello! È come l’anno scorso. Non sembra nemmeno trascorso un anno. Mamma, ti ricordi di Stefano, il ragazzo di Sara? Ce l’ha presentato lo scorso Natale”, e prendendo sottobraccio lo spilungone appena sceso, Susi lo trascina al cospetto della suocera, che con fare benedicente, lo accarezza sulla fulva gota.
Sistemandosi la camicia nei calzoni, cerca furtivo quei verdi smeraldi, penetrati fino a un attimo prima, impacciato tra l’odore fruttato e la camicetta di chiffon, mentre lei entra estasiata, nel suo completo color carta da zucchero, sfiorando, distratta, le ruvide mani degli uomini e soffermandosi, vanitosa, sulle complimentose parole delle donne.
Celebrati i convenevoli, l’allegra compagnia si dirige verso la sala da pranzo, tra un sorso di aperitivo e un salatino troppo piccante.
È una sala ovale con due finestre di quasi due metri, coperte da un abbondante panneggio a righe larghe tra l’oro e il giallo chiaro. Davanti al caminetto bordato di marmo con venature verdi, striate da varie gradazioni di marrone, troneggia uno splendido divano Luigi XIV, toccato dalla sola polvere.
La tavola offre succulenti piatti che si mescolano tra l’odore speziato dell’arrosto di vitello, il sapore pepato del ripieno di raviolo, il fresco frizzante del rosso d’annata e il profumo vanigliato del pandoro.
“Gli africani sì, che sanno come stare al mondo. Niente stress, niente scadenze, niente vita dei figli da organizzare. Loro non hanno nessuno dei nostri problemi!”, afferma Gabriella, fresca di safari sudafricano.
“L’Africa! L’Africa è qui da noi. Le strade sono piene di nero, non si vede altro da dieci anni in qua!”, articola in modo netto Augusto Belli, intento solo a ingollare a piene guance.
“La sorpresa! Ecco la sorpresa. Matteo vieni, il nonno aspetta la sorpresa!”
Un sacchetto pieno di ossa muove le svelte gambe su una seggiola e senza dare tempo di capire cosa sta succedendo, con sguardo trasfigurato, recita la poesia di Natale.
La stessa dello scorso anno.
L’unica variante la zampogna. Susi, ha pagato un maestro zampognaro, perché insegnasse alla creatura il natalizio strumento.
Un sentito applauso approva la performance del piccolo Gassman, che mostra fiero lo strumento.
“Il Presidente! Luigi, il Presidente! Accendi la televisione, c’è l’augurio di buon Natale da parte del Presidente della Repubblica.”
Luigi, stretto nel vestito, con passo obbediente, accende lo schermo piatto e mette sul primo canale nazionale.
Il busto a tre quarti del Presidente invade la sala da pranzo e la sua paterna voce riempie i cuori di ognuno. Giulia muove le mute labbra in sincronia con quelle del Presidente, mentre Susi ascolta con le gambe strette e con il sedere appoggiato sul bordo della sedia.
Una voce fuori campo, si scusa di interrompere il discorso del Presidente, e annuncia la notizia: sulle coste di Lampedusa sono sbarcati degli africani, una ventina tra uomini, donne incinte e bambini. Non si sa il numero dei dispersi. Bisognosi di tutto, si trovano nei centri di accoglienza. Il c.c. bancario per un sostegno è 26594264, intestato a Banca Italia.
Susi, sfodera, pronta, un lapis e scrive, attenta, il numero, poi, in fretta, va in cucina, e torna con un pacco profumato. Una ricca torta alla farcitura di panna e fragole, coperta di lettere al cioccolato, augura ai cari ospiti: BUON NATALE 2009.

Valentina
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